Era una fredda notte d’inverno, il vasto oceano celeste riluceva delle miriadi di luminose navi che lo solcavano, tra le onde di nebulose lontane e il vasto cupo ignoto. Un candido manto di neve ricopriva la terra come una spessa coperta, una coltre di cristalli nella quale sfuggevoli lucciole lampeggiavano incastonate nel ghiaccio. L’aria era immobile, tagliente, e un’assordante silenzio ovattava il mondo. Mamma gatta osservava coi suoi cuccioli il cosmo dispiegarsi sopra di loro, il quale si rifletteva nei loro occhi d’ambra e di smeraldo, e il caldo vapore dei loro respiri intagliava minuscole traslucide sculture sui loro visi.

“Mamma, cos’è quest’incantevole poesia che ci sovrasta? Par così lontana, eppure in me sento di volervi giungere”, chiese uno dei cuccioli.

“Vedi tesoro”, rispose la madre, “il mondo che tu conosci è microscopica cosa rispetto l’infinito dell’esistente. E anche in ciò che tu conosci, la realtà trascende i tuoi sensi in manifestazioni a te ignote. Eppure, come tu istintivamente percepisci, milioni d’anni luce svaniscono nell’indissolubile legame che unisce tutto ciò che vi è e che vi sarà. Le stelle avvampano in lor stesse, e gli atomi che ti compongono in loro vengono generati. La materia che ora fa da involucro alla tua anima e le energie vitali che in essa vi scorrono, hanno viaggiato per distanze siderali, provenendo dagli angoli più remoti del cosmo, penetrando vita dopo vita, forma dopo forma, nell’inesauribile ciclo di rinascite e morti, di trasformazioni. E ora formano te e sono in te, nei tuoi fratellini e nelle tue sorelline, in questi soffici, fragili e minuscoli corpicini ricolmi d’amore. Un incrollabile equilibrio sorregge l’esistente, mantenuto dall’eterna ciclicità che regola ogni cosa, dal microscopico al macroscopico. Sei una parte infinitesimale del Tutto ed il Tutto stesso, questa è la tua reale dimensione. Non intimorirti dunque dinnanzi l’eterno e l’infinito, poiché anche il cielo stellato che tu ora osservi è formato da singole stelle le quali tutte insieme dipingono, con fulgide pennellate, il più bello e intenso dei quadri. L’incantevole sacralità della Natura è questa: l’Assoluto, il cui solo tempio è l’universo tutto e la cui sola celebrazione è l’intera esistenza, dimora in ogni elemento, dalla montagna al mare, dalla farfalla alla tigre, dall’albero al Sole, in un inviolabile legame. Esso è sia immanente che trascendente rispetto la materia, innumerevoli mondi e stati dell’essere vi sono oltre ciò che qui vi è manifesto, ma ciò che chiamiamo con differenti nomi alla fine altro non è che l’Uno nella sua infinita essenza. Tutti noi formiamo quest’Uno e quest’Uno forma noi: ciò che vi è fuori è anche racchiuso in noi e nella vastità della nostra anima possiamo trovare tutto ciò che esiste ed esisterà.”

“Ma allora mamma”, chiese un altro cucciolo, “se tutto racchiude in sé l’Assoluto e ne è sua manifestazione, se siamo tutti uniti da questo legame, perché l’uomo s’accanisce contro la Natura che lo circonda e non vede in essa una madre, perché vi scaglia contro continue inenarrabili violenze, gode della sua sofferenza e ne agogna la distruzione? Non percepisce egli ciò che noi così naturalmente sentiamo? Non comprende le catastrofiche conseguenze del suo agire, che l’intero pianeta stanno trascinando nel fondo del buio abisso, dove ogni luce s’estingue nel nero pece che tutto divora?”

La madre sospirò, osservando attorno a sé le luci artificiali, ostili, violente, che brulicavano oltre il prato violentando la notte. “No mio caro, l’uomo ha perso la capacità di vivere la Vita, di comprenderla. Egli è una creatura infelice, vuota, che cerca in distorte e irreali elucubrazioni ciò che dentro gli manca ma la cui essenza non è in grado d’afferrare. Egli non percepisce quest’essere parte del Tutto, né il racchiuderlo già in sé: cieco e sordo nella sua superbia, fiero nel suo distruttivo orgoglio, sovverte il sacro Ordine Naturale per imporvi le sue leggi e i suoi folli schemi. Non comprende che quest’Ordine può essere calpestato solo per tempi limitati e che ciò fa parte del naturale scorrere dei cicli, che come le stagioni si susseguono per permettere il rinnovamento e la nascita di nuove vite tramite la morte delle precedenti. Dal duro ghiaccio che trafigge ora il terreno nasceranno nuove piante e nuova linfa s’ergerà nell’amichevole aureo tepore. Non comprende l’uomo che quanto più si allontana dall’Ordine, tanto più tremendo sarà il ritornare ad esso. Miei amati figli, la nostra vita è dura, soffriamo a causa dell’immenso male che l’uomo continuamente compie su noi e su quant’altro non sia umano, portiamo questa sofferenza come un fardello impostoci nonostante noi, come tutto ciò che non è umano, mai abbiamo tradito e ferito la nostra Madre. Eppure questa è la sorte a cui tutti soggiacciono in questa buia era, giunta all’orlo del suo crollo, nelle sue più orribili manifestazioni. Ma vita breve ha l’uomo, il suo agire è una vanga che colpo dopo colpo scava per lui la fossa nella quale si auto-seppellirà. Egli ancora non lo sa e quando se ne accorgerà, ammesso lo farà, sarà ormai troppo tardi. Già è troppo tardi, lo è sempre stato, questo il fato che l’ha sempre accompagnato. Sepolto in questa fossa, sarà attorniato dallo sterile deserto che attorno ha lasciato, che egli stesso ha generato traendolo dal deserto della sua anima e trasponendolo in ciò che lo circonda. Ma la grande Ruota celeste gira, il Sole invisibile, e con essa scorrono i suoi raggi. Dal corpo umano in putrefazione nella fossa cresceranno dei fiori e la Vita tornerà ad ardere, superando il male che tentò invano di spegnerla.”

“Ma dunque non vi è alcuna speranza per l’uomo? Per quale motivo egli è nato? È forse il sacrificio necessario per il rinnovarsi delle ere?”, chiese il terzo e ultimo cucciolo.

“L’intero esistente si sorregge sul sacrificio ed esso è la celebrazione della Vita. Dall’aurora ancestrale alle tenebre che inghiottono oggi il mondo, vita e morte si susseguono e forze galattiche contrapposte si scontrano in una danza al cui ritmo si muove l’infinito. Noi stessi facciamo parte di questo sacrificio: ne compiamo per sopravvivere e verremo sacrificati a nostra volta. Ma l’uomo ha sovvertito anche i sacrifici, la sua ingordigia e la sua ignoranza l’hanno reso l’indiscusso portatore del dolore, ha voluto ottenere cibi e terre che non gli appartengono, ha voluto creazioni inutili delle quali si è poi reso dipendente, ha reso egli stesso la sua vita un’inutile fatica e ciò ha spezzato l’antico equilibrio di questo pianeta. Che debba dunque ripagare col suo stesso e definitivo sacrificio? Possiamo considerare il pianeta come un unico organismo vivente: se così è, l’umanità ne è il cancro, cellule impazzite che distruggono l’organismo. Ora che ci troviamo al termine di quest’era, nella sua massima espressione, ora che la ragione umana ha abbondantemente mostrato il suo radicale fallimento nel tentare di dirimere gli eterni dilemmi del triste bipede, dal mistero delle sue vere origini alla sua stessa sopravvivenza su questa terra, in cui ha oltraggiato la Natura con la peggiore hybris, disseminando tra le altre cose veleni di ogni sorta sul pianeta, dove si sta dirigendo l’irrefrenabile spinta di Madre Natura? Pare innegabile una catastrofe mondiale nel quale l’uomo subirà tutte le conseguenze del suo agire, ma cosa vi sarà dopo d’essa? L’estinzione della sua specie oppure la formazione di una nuova forma di vita nella materia, finalmente emancipata da quella mente analitica che, per connaturata costituzione, è fatalmente separativa e frammentaria, strumento di divisione e di scissione dal Tutto? Saprà dunque quella piccola parte dell’umanità ancor non troppo contaminata dal suo stesso veleno, tornare là da dove noi invece mai siamo andati via? Questo non so dirvelo miei cari, solo il tempo saprà rispondervi.”

I mici stettero ancor un poco ad osservare la bellezza che li sovrastava, poi si rifugiarono in un vecchio fienile abbandonato, la madre si distese e i piccoli popparono caldo latte che la mamma con tanta difficoltà era riuscita a generare, affrontando la fame e le avversità d’un mondo troppo urbanizzato per permetter loro di vivere con ciò che la Natura normalmente offrirebbe. Poco lontano, il silenzio veniva interrotto dal caos d’una città troppo frenetica e corrotta per accorgersi dello splendore sopra d’essa.

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